cap 8

Per essere ammesso alla corporazione, Crescenzo non ebbe bisogno di esercitarsi, perché a Napoli era già uno dei più prestigiosi tessitori di drappi di seta con fili in oro e argento. Il 1° giugno del 1742, trentaduenne, superò l’esame e fu immatricolato direttamente con il rango di maestro.
Nel mese di marzo 2010, la mia ricerca si stava fermando all’inizio del Settecento davanti all’impossibilità di trovare il processetto matrimoniale di Crescenzo e Carmina. Stavo per mettermi l’anima in pace. Sui Fenizia trovai soltanto che un tale Giovanni, amico e contemporaneo di Pietro Metastasio, era un affermato librettista napoletano di “musica profana”, e che nel 1768 scrisse Il giudizio di Apollo, musicato da Nicola Sala.
In quel momento non potevo immaginare che Crescenzo venisse da Praiano. Dal processetto del matrimonio di Michelangelo, sapevo però che Crescenzo era «negoziante di seta». Allora, per cercare qualche indizio, decisi di trascorrere giornate intere nell’Archivio di Stato di Napoli  spulciando l’inventario delle matricole dell’Arte della seta riprodotto su nastri leggibili in speciali visori ottici. Al termine di una di quelle giornate, quando stavo per chiudere l’apparecchio e stavo per riprendere il treno per tornare a casa mia a Roma, mi saltò all’occhio una parola che avevo già letto ma non avevo colto: Crescenzo Gallo era di Praiano [8.1]. Fu un’autentica rivelazione. Un fulmine. Per avere conferma che non sbagliassi, chiamai le funzionarie dell’Archivio di Stato. Mi confermarono che sì, leggevo bene: Prajano.
Per avere una copia dei documenti in consultazione all’Archivio di Stato di Napoli, occorre seguire una procedura rigidissima, da me sempre scrupolosamente rispettata: bisogna compilare un modulo di richiesta, farsi determinare il prezzo dal responsabile dell’Ufficio copie, andare al vicino ufficio postale entro le ore 14, fare la fila, pagare, riportare la ricevuta allo stesso Ufficio copie, attendere qualche ora o qualche giorno per ritirare la copia del documento. In ogni caso quelli dell’Archivio di Stato di Napoli sono gentili ed efficienti e il servizio è di elevata qualità. Quel pomeriggio tardi, in cui scoprii l’origine di Crescenzo, commisi per la prima e ultima volta una grave irregolarità. Tirai fuori dalla tasca la mia macchina fotografica digitale e, di nascosto, scattai alcune foto al nastro dell’Arte della seta. E meno male! Perché qualche giorno dopo l’apparecchio per la visualizzazione dei nastri si guastò e io per molto tempo non potei più rileggere quei nastri.
Subito dopo quella grande scoperta, le funzionarie dell’Archivio mi fecero consultare il Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli di Giustiniani. Cominciai ad apprendere le prime nozioni su Praiano. In quel momento stavo per bucare il diaframma tra Settecento e Seicento. Oltretutto, l’archivio delle matricole confermava che Crescenzo era figlio del fu Giuseppe, quindi (pensai) Giuseppe sarà stato anche lui di Praiano e sarà nato nella seconda metà del Seicento.
Il grosso delle immatricolazioni si faceva ogni anno a giugno, perché l’allevamento dei bachi consentiva la produzione massima di seta proprio nella tarda primavera e anche il mercato si ravvivava prima dell’estate. Scoprii poi che quel 1° giugno 1742 era venerdì. Il festeggiamento ci fu due giorni dopo, la domenica, tra gli amici della comunità dei praianesi di Napoli, con Carmina e i bambini.
Quel giorno, Michelangelo aveva quasi tre anni. Nel corso della sua vita non poté mantenere un ricordo nitido del festeggiamento del padre, ma a livello inconscio restò stregato dal clamore, con tutti i parenti e gli amici che scherzosamente inneggiavano «Maestro, maestro!». Perché tre anni è un’età strana: la mente è una spugna ricettiva di nozioni ed emozioni, che vengono archiviate non si sa bene in quale angolo del corpo, in quale scatola nera, si sedimentano, vengono interiorizzate, si disperdono, si impastano, contribuiscono a comporre la luce degli occhi per il resto della vita.
Il festeggiamento naturalmente si basò sulla consumazione di portate preparate da Carmina, in modo parsimonioso, perché le esenzioni doganali e il successo ora erano a portata di mano, ma rimanevano pur sempre futuri, non ancora raggiunti, quindi bisognava essere prudenti. E poi per carattere Crescenzo così aveva deciso, impulsivamente. Insomma, anche in questo lui che veniva dalla costa era diverso dai napoletani i quali, come scrisse Merville nel 1729, «dilapidano la loro ricchezza per comparire, e fare i grandi». In particolare era diverso da quei nobili che, come scrisse Sharp nel 1725, «nei loro ricevimenti offrono pranzi splendidi, i più costosi ed eleganti che si possano immaginare». Certo, non equivochiamo, il pasto dei contadini era povero.
Il personale che aiutava Carmina era esiguo, mica come nelle case aristocratiche dove capitava che ogni persona a tavola avesse un valletto alle spalle, come annotò Moore nel 1776, e mica come capiterà a un pronipote di Crescenzo a fine Ottocento.
Come prima portata, Carmina servì pasta al formaggio. Goethe  spiegò nel 1787 che la «pasta cotta di farina sottile, morbida e ben lavorata, vien foggiata in diverse forme; dappertutto se ne può acquistare d’ogni genere per pochi soldi. Si cuociono di solito in semplice acqua, e il formaggio grattugiato unge il piatto e… lo condisce». La pasta si era affermata a metà Seicento, e questo grazie all’industrializzazione della produzione nella zona di Gragnano e Torre Annunziata, nota come valle dei mulini. A quell’epoca c’erano due tipi di pasta: quella bianca (di prima qualità), quella di assise (di seconda qualità). I nuovi prodotti, lunghi, fatti di gramola (semola di grano duro) e trafila, ottenuti utilizzando le macchine in grado di esercitare forti pressioni, si classificavano come pasta. Dunque la pasta nel vero senso della parola era solo quella lunga. La tecnica di produzione era nuova ed era basata sull’introduzione della gramola e del torchio, detto “ingiegno”; d’altronde spesso l’innovazione tecnologica è il principale driver nell’affermazione di un prodotto sul mercato. I prodotti corti, più teneri, si chiamavano “maccaruni”, proprio perché questo nome derivava da “ammaccare”, schiacciare; si lavoravano senza macchine, in quanto schiacciati con la semplice pressione della mano o inumiditi con la saliva dei lavoranti. I più antichi maccaruni erano le orecchiette pugliesi, i malloreddus sardi e gli gnocchi. Quelli di Napoli erano le zite e i fusilli. Esistevano però anche maccaruni lunghi, ottenuti arrotolando una sfoglia attorno a un ferro lungo. Ma erano rari.
Fino a quando Crescenzo era rimasto a Praiano la pasta era stata un piatto povero ma non consueto, riservato a ricorrenze speciali che giustificavano una maggiore spesa rispetto alla pietanza più diffusa che era fatta da verdure, pane, sale e olio oppure rispetto a pasti a base di legumi continuamente in ebollizione in pignatti di terracotta. Perciò, siccome quella domenica era una cerimonia speciale, la pasta non poteva certo mancare!
Come seconda portata, Carmina fece “molignane”, cioè melanzane, farcite di carne, formaggio e pastella. Questo piatto era l’antesignano di quella che oggi è chiamata la parmigiana di melanzane. Nel 1632 Bouchard scrisse che le molignane erano «un frutto a forma di giovani zucche, ma di colore rosso brunito poco stimato et a Roma solo li giudei lo mangiano».
Il tutto fu innaffiato con il “mangia guerra”, vino rosso profumato e dolciastro, fatto da uva nera e polpa chiara.
Carmina offrì poi un nuovo dolce, in voga all’epoca sulle tavole signorili, fatto con piccoli «maccarune» cotti nel latte e poi conditi con uova, cannella, formaggio e zucchero. Era l’antenato della pastiera, in cui nel corso degli anni il grano sostituì la pasta, si aggiunse la crema pasticciera e il formaggio fu sostituito dalla ricotta.
A tavola, agli amici e ai parenti invitati, Crescenzo fece trovare le posate essenziali e i bicchieri. Questo non fu un lusso, fu però il segno del livello sociale della famiglia. Per esempio, le locande di Napoli non fornivano cucchiai, forchette, coltelli o piatti; tutto il servizio consisteva in una pignatta con uno o due piatti; anche in venti a tavola, ci si doveva accontentare di un solo bicchiere.
Uno dei pochi momenti di lusso del festeggiamento fu quando Carmina servì agli ospiti una nuova bevanda, il caffè. Nonostante avesse origini antichissime e fosse di origine araba, il caffè era arrivato in Italia nel 1615 grazie ai mercanti veneziani, poi si era affermato a Londra a partire dal 1650, e a Parigi dove i primi lotti erano giunti nel 1730. Nelle strade del centro storico di Napoli nel corso del Settecento aprirono cento ritrovi dove solo i ceti più abbienti e pochi aristocratici terribilmente snob potevano degustare il caffè; questi ritrovi presero il nome di caffetteria o semplicemente, come si dice ancora oggi, caffè.
Crescenzo festeggiò l’immatricolazione innanzitutto con parenti e amici, oltre che ovviamente con la moglie e i bambini. Del fratello Francesco Antonio si sono perse un po’ le tracce. Di Pietro le ritroveremo, in un certo senso purtroppo.

About Riccardo Gallo
Riccardo Gallo (Roma, 23 settembre 1943) è un ingegnere, economista e docente italiano. Professore alla Sapienza, ha svolto compiti di risanamento del sistema produttivo italiano in ambiti governativi, finanziari, aziendali, riversando e incrociando le competenze acquisite. È stato definito il bastian contrario sia del management pubblico che del privatismo arrogante, estremista di centro. Ha collaborato con Il Sole 24 Ore. Oggi è opinionista de L’Espresso.
View all posts by Riccardo Gallo