cap 17

Secondo Capaccio, il cognome Gallo sulla costa amalfitana sarebbe derivato da antichi romani insediatisi nel luogo. Citando Francesco Antonio Porpora, che fu allievo del giureconsulto Giacomo Gallo originario di Praiano, Matteo Camera ricorda che «la famiglia Gallo e dei Picentini vide la sua origine nella celebre e nobilissima città di Amalfi…; se si vuol vedere la sua prima origine, si riconosca come madre l’urbe romana».
Picentino per la verità era un aggettivo che qualificava il popolo italico dei Piceni o Picenti, i quali erano stanziali del territorio delle odierne Marche, per cui ad Ascoli è associato l’aggettivo Piceno, nonché dell’Abruzzo settentrionale, cioè del Teramano. Nel IV secolo a.C. i Piceni subirono l’invasione da parte dei Galli Sènoni. Per difendersi da questi Galli, i Piceni si allearono con i Romani, assieme ai quali vinsero la battaglia del Sentino nel 295 a.C..
A partire dal 268 a.C., quindi una trentina d’anni dopo la battaglia del Sentino, fu attestata in  Campania la presenza di gruppi di origine picena, detti appunto Picentini. Questi diedero il loro nome: sia ai monti dell’Appennino campano che stanno alle spalle di Agerola, tra i monti Lattari, il Monte Partenio, l’altopiano Irpino e la valle del fiume Sele; sia all’Agro Picentino; sia a un fiume campano, il Picentino appunto. Il Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli di Giustiniani a pag. 157 dice che «Il luogo dove vedesi questa città [Amalfi], un tempo era abitato da’ popoli Picentini».Tutto questo non chiarisce però la ragione per cui Matteo Camera nella sua citazione unisse la gente Gallo ai Picentini. Che ci fosse osmosi tra di loro, comunque, è confermato dal fatto che Nuntia di Montorio, moglie di Carlo Gallo, venendo dal Principato di Montoro era una picentina.
Per inciso, facendo un salto ai giorni nostri, è interessante notare l’esistenza nelle Marche di due rami di una famiglia Gallo, entrambi risalenti alla prima metà del Quattrocento, separatamente insigniti del titolo di conte nel Settecento. Il primo ramo è insediato a Osimo in provincia di Ancona. Il secondo, di Amandola in provincia di Fermo, fino a poco fa provincia di Ascoli Piceno, vanta una storia ricostruita in carte oggi custodite presso l’Archivio di Stato di Ascoli Piceno  e uno stemma [17.1] del tutto simile a quello dei Gallo di Praiano, come l’abbiamo visto per ora nel capitolo 12, costituito da un gallo su tre cime di monte. L’ultima discendente di questo secondo ramo si chiamava Costanza Gallo, morì nel 2006 e non trasmise il suo cognome ad alcun erede.
Torniamo ad Amalfi nell’anno Mille. La società medioevale della costa era costituita per lo più da “nobiliores” e da “plebs”. La plebs era fatta di pescatori, servi, braccianti, più o meno nullatenenti.
Esistevano però anche due minoranze. Accanto ai nobiliores infatti c’erano i dòmini, che erano per così dire i notabili del posto, prevalentemente di Amalfi, Atrani, Scala, Ravello. Avevano un’ottima levatura economica e sociale e avevano il permesso di imparentarsi con la nobiltà vera e propria. Per loro questo era un modo per entrare a far parte a pieno titolo e stabilmente dei nobiliores.
Intermedi ai nobili-dòmini e ai plebei c’erano i “mediocres”, che Matteo Camera secoli dopo definì “civili” e che Capaccio per il Regno di Napoli nel Seicento individuò nelle «persone stimate di tribunali» e negli imprenditori di «industria e commercio».
Con l’introduzione dei cognomi intorno al Mille, ad Amalfi quello più illustre era Còmite e contraddistingueva una famiglia di uomini dediti alla chiesa, alla patria e al commercio, con un alto livello di reddito e di patrimonio fondiario. Da una combinazione di cognomi e nomi, si ebbero poi i Comite-Albenzio, Comite-Leone, Comite-Orso, Comite-Sergio, Comite-Mauro, Comite-Maurone, Comite-Palumbo, Comite-Janni. Poiché in origine i cognomi erano pochi e i nomi di battesimo si ripetevano frequentemente, per evitare confusioni negli atti ufficiali i nobiliores usavano citare la propria lunga genealogia.
Il cognome Gallo era ben presente nella Amalfi medioevale. Gargano mi dimostrò che nella forma «de Gallo» il cognome indicava una stirpe di dòmini di Atrani, appartenenti a un ramo cadetto della nobile casata dei de Comite Maurone. Nella versione semplificata «Gallo» il cognome indicava invece alcune famiglie di piccoli proprietari di Agerola, Minori e Maiori, derivanti da popolazioni longobarde che vi si erano insediate dopo il 568 d.C.. Nel primo caso, il gallo simboleggiava nelle crociate il Cristo; nel secondo nasceva dalla cultura della società agricola delle terre del ducato, come lo erano Bove, de Lauro, de Oliva, Campanino.
Con l’aiuto di Gargano, mi misi a inquadrare e catalogare per il Medioevo i diversi rami di Gallo della costa amalfitana.
Un certo Orso Gallo, proprietario di beni terrieri nel casale Pecara di Tramonti, visse negli anni Settanta del Mille, al tempo dei duchi Sergio IV e Giovanni III (1069-1073). Oggi Pucara con la “u” è una frazione di Tramonti, 197 metri sul livello del mare, nel verde delle pendici dei monti Lattari, nell’entroterra a 4 km da Maiori.
Atrani svolgeva un ruolo di grande importante all’epoca della Repubblica marinara di Amalfi. Ad Atrani una famiglia Gallo viveva certamente nel 1143, perché una certa Flurita Gallo, figlia di Sergio (a sua volta figlio del dominus Mastalo) e di Marenda (a sua volta figlia del dominus ravellese Costantino de Monda) sposò Mansone Rizzolo, figlio del dominus Pietro di Amalfi. Con questo matrimonio si imparentarono alcune famiglie aristocratiche di età normanna originarie di ben tre città del ducato marinaro. Flurita Gallo portò in dote al marito un’eredità terriera ubicata sotto la chiesa di S. Maria Rotonda, lungo il confine orientale della città di Ravello. Nei decenni successivi, Flurita divise due once d’oro di tarì siciliani, pari a 60 tarì, cioè 100 tarì amalfitani, tra i suoi figli Sergio, Orso e Floreria. Quest’ultima aveva intanto sposato il nobile ravellese Sergio Rigillo. Flurita poi assegnò 10 soldi d’oro, pari a 40 tarì, alla chiesa di S. Maria Rotonda.
Questo ramo atranese dei Gallo diventò importante all’epoca degli angioini, dopo il 1266. A quei tempi, molti amalfitani giravano il mondo facendo i mercatores (mercanti), anche se il loro non era un mestiere riconosciuto ad Amalfi. La mercatura e il commercio erano praticati più dai patrizi che da mercanti di professione. Questi ultimi emersero come categoria vera e propria poco prima del Cinquecento, quando i mercanti professionisti si distinsero dai patrizi, e talvolta ci entrarono in conflitto. Nei cento anni che vanno dal 1251 al 1350, furono individuati venti mercanti per lo più (13 su 20) non nobili. Tra questi tredici individui non nobili, alcuni portavano il cognome Gallo.
Tanto per cominciare, Giovanni de Gallo, figlio di Ligorio, pur essendo non nobile di nascita, aveva sposato Alogara Napolitano, appartenente ad un casato comitale di antica origine. Un figlio di Giovanni, un tale Riccardo, sposò Guidilena Coppola, nobile di Scala. Un altro figlio, Pietro, svolse l’attività di navigazione mercantile nel Mediterraneo, partecipò a società in accomanda con il ruolo di socio tractor, cioè proprietario e capitano di nave, e partecipò come socio caratista anche ad alcune società di colonna. In questo tipo di società gli utili venivano ripartiti in base ai “carati” della nave posseduti dai soci caratisti; un po’ come le moderne società per azioni. Nel 1269 Giovanni e Riccardo de Gallo, insieme a Ligorio de Gallo, figlio di Giovanni e omonimo del nonno, e a molti nobili atranesi appartenenti alle famiglie Napolitano e Cappasanta, figuravano come co-patroni del monastero benedettino femminile di S. Michele Arcangelo da Mare di Atrani. Quando i co-patroni (o compatroni) dichiararono la chiusura del monastero, il giovane Ligorio risultò non essere «in ista terra», perché in navigazione nel Mediterraneo. Ligorio e Pietro facevano parte di una “societas maris” fondata sul sistema della colonna. Riccardo e Ligorio de Gallo furono anche “testes” in alcuni atti sottoscritti negli anni Settanta del Duecento.
Un Riccardo de Gallo di Atrani nipote del precedente era soprannominato Siccus, probabilmente perché molto magro. Sposò Bidilena, che era chiamata anche Bettilemme o Bidilemme ed era figlia del dominus Andrea de Sipanto. Rimasta vedova per la morte di Riccardo, nel 1318 Bidilena dettò il proprio testamento e, dopo averlo riscritto un altro paio di volte, stabilì quale unico erede il monastero di S. Lorenzo del Piano di Amalfi. In particolare Bidilena lasciò alcune proprietà terriere (vigna, terra con castagneto, fabbricati per abitazioni, pertinenze e mobilio) situati a Gricignano (Tramonti) e consistenti somme di denaro a vari enti ecclesiastici e monastici amalfitani, nonché un “Augustale” ad Andrea Gallo e uno a Letizia Gallo. L’augustale  era una moneta d’oro emessa dall’imperatore Federico II a partire dal 1231 dalle zecche di Messina e di Brindisi. Il dritto presentava il busto antico (non medioevale) dell’imperatore con una corona d’alloro e la scritta CAESAR AVG. IMP. ROM.. Il rovescio presentava un’aquila romana ad ali spiegate e la scritta FRIDERICVS. Bidilena ordinò infine che si vendessero tutta una serie di altri suoi beni. Morì nel 1321. La badessa del monastero di S. Lorenzo, una certa Bartolomea, fece autenticare quel testamento dal giudice di Amalfi Andrea Sorrentino e dal notaio Matteo Caniata, e l’anno dopo (1322) nominò domina Angelica Marcella, monaca dello stesso monastero, quale sua procuratrice per l’esecuzione del testamento.
Pochi anni dopo, Andrea de Gallo fu teste presso la curia civile di Amalfi.
Nonostante l’omonimia dei Riccardo e Andrea Gallo e della moneta Fridericus, casualmente nome mio e dei miei due figli, questi antichi personaggi per un qualche motivo inconscio continuavo a non sentirli vicini a me.

About Riccardo Gallo
Riccardo Gallo (Roma, 23 settembre 1943) è un ingegnere, economista e docente italiano. Professore alla Sapienza, ha svolto compiti di risanamento del sistema produttivo italiano in ambiti governativi, finanziari, aziendali, riversando e incrociando le competenze acquisite. È stato definito il bastian contrario sia del management pubblico che del privatismo arrogante, estremista di centro. Ha collaborato con Il Sole 24 Ore. Oggi è opinionista de L’Espresso.
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