cap 5

A Napoli molti dei ragazzi praianesi raggiunsero parenti che li avevano preceduti e si avventurarono in attività lavorative nelle quali cercarono di mettere a profitto i mestieri loro tramandati da generazioni e generazioni. Nel volgere di qualche decina d’anni, un centinaio di famiglie si allontanarono da Praiano. Fu un vero e proprio esodo e riguardò molte province. La popolazione di Napoli crebbe di conseguenza molto, anzi troppo nei primi decenni del Settecento, raggiungendo nel 1742 400mila abitanti, di cui oltre un quarto immigrati.
Non fu difficile per Crescenzo capire quanti “popoli”, cioè quante componenti sociali avesse la capitale. Per Giulio Cesare Capaccio, che aveva scritto nella prima metà del Seicento, ce ne erano tre. Innanzitutto, c’erano gli aristocratici, cioè i «Gentil’homini che per antichità, per ricchezze, per possessione di feudi, per stile nobile di viuere, han fatto acquisto di nome, e popolo primario, tanto maggiormente quanto con famiglie nobili promiscuamente fusse congiunto». Gli aristocratici ricevevano dal re i feudi, cioè beni materiali e diritti a incassare tasse dai sudditi, in cambio del servizio armato che gli avevano assicurato.
C’era poi un secondo popolo «di persone stimate di Tribunali, e si vede che i Dottori ascendono a gradi di Magistrati supremi, che ponno comandare, alla nobiltà, e tanto più sarebbero grandi quando fussero fatti Baroni». Nella prima metà del Cinquecento a Napoli, per logorare la nobiltà il viceré Pietro da Toledo scatenò contro di essa i Tribunali, diede a questi uno spazio enorme e li collocò di fatto tra il primo e il terzo popolo. Come conseguenza indiretta, crebbe il numero degli avvocati.
Il terzo popolo era costituito dagli imprenditori dell’industria e del commercio, un «popolo, che nelle mercature e ne i commercij esercitandosi, ritiene vn grado venerabile trà citadini, e massime quando giunti alla possessione de gli haueri, si fanno spettabili, e magnifici nel cumulo di dinari, di fabrica, di splendori nell’Economia, dilungandosi dalla bassezza, sempre si vanno auantaggiando ad vn viuer ciuile, e generoso».
Al di fuori di queste tre classi, la maggioranza schiacciante era costituita dalla «plebe per che non è popolo che in questi tre lochi detti possa connumerarsi. E se bene cape ella nel corpo della cità, tutta volta non hauendo prerogatiua alcuna ne in fatti in voce come la plebe Romana, diremo che sia la feccia de la Republica, e per questo così procliue a seditioni, a rivolutioni, a porre in fracasso leggi, costumi, obedienza a superiori».
Questa analisi sociale elaborata nella prima metà del Seicento, per quanto fosse frutto di una schematizzazione, resse però bene al trascorrere del tempo, fino a essere assolutamente valida ancora un secolo dopo, all’arrivo di Crescenzo a Napoli nel 1728. Da quel momento, e fin dopo metà Ottocento, questo racconto vivrà sui reciproci rapporti di potere tra questi tre popoli.
La politica mirata a ripopolare Napoli portò purtroppo massicciamente anche uomini di campagna, rozzi, stupidi e feroci, che si mischiarono alla plebe; quando giravano per strada, i napoletani li salutavano con sibili e sberleffi. Come raccontò De Brosses nel 1740, «la città è popolata da scoppiare. Tutti i banditi e gli scioperati della provincia si sono insediati nella capitale. Li chiamano lazzarielli; questa gente non ha abitazione; passa la vita in mezzo alla strada a far nulla, e vive delle elemosine che fanno i conventi. Ogni mattina copre la scalinata e l’intera piazza di Monte Oliveto, che non ci si passa: è uno spettacolo osceno da far vomitare». Scrisse Samuele Sharp nel 1765: «i lazzaroni sono i più squallidi miserabili che si possano immaginare: in nessun altro paese d’Europa se ne vedono di somiglianti. Tra i facchini, forse, delle vetrerie londinesi si troverebbero due o tre straccioni come questi. E sono a Napoli seimila di questi lazzaroni e non uno di essi dorme mai in un letto: tutti dormono sui gradini che son davanti ai palazzi, o sulle panche della strada. Ne vedete – e ciò è davvero scandaloso – sdraiarsi sotto i muri di Palazzo Reale e lì starsene per tutta la giornata a riscaldarsi al sole».
I fratelli Gallo si ambientarono, conobbero la gente di Napoli, la selezionarono, strinsero amicizie, ebbero i loro amori. Non è facile monitorare il percorso di vita compiuto dagli altri ragazzi Gallo e da quelli delle famiglie Irace, Rispoli, Criscuolo, Merolla, De Luise, Migliaccio, tutti migrati da Praiano alla metà del Settecento. Scartabellando nell’Archivio di Stato di Napoli, nei Catasti Onciari di Praiano e della sua frazione Vettica Maggiore trovai il mestiere che sapevano fare quando arrivarono a Napoli: «Carmine di 33 anni» era venditore di filo; «Francesco fu Gennaro, sartore di sete, anni 37»; «Giobatta fu Nicola, marinaro pescatore, anni 68»; «Gioni fu Gennaro, tessitore, anni 30»; «Luc’Antonio fu Vincenzo, marinaro pescatore, anni 39»; «Pietro Antonio fu Matteo marinaro pescatore»; «Matteo fu Geronimo Carlo privilegiato lanaiolo». Dunque, tutti tessili o gente di mare.
Ero ansioso di capire a quale dei tre popoli Crescenzo e i suoi eredi sentivano di appartenere, se e come si inserirono nel “loro” popolo, come i loro discendenti vissero gli sconvolgimenti politici e sociali del Settecento e dell’Ottocento.

About Riccardo Gallo
Riccardo Gallo (Roma, 23 settembre 1943) è un ingegnere, economista e docente italiano. Professore alla Sapienza, ha svolto compiti di risanamento del sistema produttivo italiano in ambiti governativi, finanziari, aziendali, riversando e incrociando le competenze acquisite. È stato definito il bastian contrario sia del management pubblico che del privatismo arrogante, estremista di centro. Ha collaborato con Il Sole 24 Ore. Oggi è opinionista de L’Espresso.
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