cap 4

Al battesimo di Michelangelo non c’erano i nonni Gallo, per la semplice ragione che Giuseppe e sua moglie Rosa Irace, genitori di Crescenzo, erano già morti ancora abbastanza giovani una ventina d’anni prima, nel 1717 lui a 48 anni [4.1] e nel 1721 lei a 46 [4.2]. Erano morti a Praiano, dove pure era nato Crescenzo, sulla costa amalfitana, terra dove due secoli prima la famiglia Gallo risultava saldamente radicata.
Le ragioni del brivido di emozione e preoccupazione che provò Crescenzo alla nascita di Michelangelo erano dunque anche queste: era nato un figlio Gallo senza quella peculiare presenza affettuosa che solo i nonni, in questo caso quelli paterni, sanno portare; era nato lontano da casa, cioè lontano da quella che Crescenzo considerava nel suo animo di emigrato la sua vera casa; un figlio che sarebbe cresciuto in città, che avrebbe avuto il peso di ascoltare e apprendere la sua origine lontana e, almeno a detta del genitore, nobilissima. E avrebbe avuto il peso di tramandarla.
Questa un po’ spiccata sensibilità di Crescenzo derivava anche dal fatto che quando i genitori morirono lui aveva un’età critica per la formazione della personalità: sette anni alla morte del padre e undici a quella della madre. Forse più grave fu perdere alle soglie della pubertà la propria mamma. A prendersi cura di lui, come anche dei suoi tre fratelli (Luca più grande di sette anni, Francesco Antonio [4.3] più grande di cinque anni, e Pietro [4.4], il più piccolo, nato nel 1713), fu Vincenza, prima figlia di Giuseppe e Rosa, nata nel 1703, la quale catapultata in prima linea all’età di diciotto anni profuse ogni sua energia nel sostituire la madre scomparsa, rinunciando ai propri diritti di ragazza o, meglio, rinunciando proprio a chiedersi quali fossero questi diritti. Per esempio, vestiva abiti molto semplici e portava i capelli raccolti dietro la nuca, alla buona, allontanando però così per quanto vedremo i potenziali pretendenti alla sua mano. Vincenza fece questo sacrificio per bontà d’animo ma soprattutto per quel senso di responsabilità che troppo spesso nelle famiglie meridionali veniva inculcato alle prime figlie femmine, allevate come “vice-madri”.
Ma la sorte fu impietosa, avara e amara, perché dopo appena sei anni, nel 1727, con Crescenzo diciassettenne, a Praiano morì anche Vincenza [4.5]. Aveva appena 24 anni. È vero che parenti più o meno stretti lì ce n’erano ancora molti, ma per tante ragioni, storiche, sociali, economiche e fiscali, l’anno dopo Francesco Antonio si mise nella lunga scia di chi rispondeva all’appello lanciato tempo addietro dai regnanti alle famiglie abbienti della provincia affinché si trasferissero a Napoli e la ripopolassero dopo la peste del 1656. Così accettò di tentare la fortuna nella metropoli.
Nel 1728 Crescenzo, nato nel 1710 [4.6], aveva compiuto 18 anni, aveva ricevuto un’istruzione di base e anche una formazione specialistica; era ambizioso e non sentì ragioni di restare da solo a Praiano. Così partì con il fratello maggiore. Ad essi si unirono gli altri due fratelli, Luca e Pietro. Arrivarono a Napoli nel 1728. Regnavano gli Asburgo d’Austria.
La parola “impresa” deriva da intraprendere, accingersi a un’avventura contenente un rischio, nel senso che chi la comincia non ne può conoscere l’evoluzione e l’esito. Anche partire per un viaggio è intraprendere. L’eccitazione che si prova alla partenza accompagna l’aver accettato di correre il rischio. Ecco, in quel momento Crescenzo, lasciando Praiano per trasferirsi a Napoli e iniziare una nuova avventura di vita, compiva un’impresa.
I quattro fratelli Gallo furono imitati negli anni seguenti da tanti altri giovanotti che partirono da Praiano, traslocarono lungo la via pubblica, quella che oggi per esigenze turistiche è chiamata Sentiero degli Dei [4.7], il percorso pedestre che tra tortuosità e saliscendi si snoda faticoso e affascinante tra la costa amalfitana e Agerola, sul bordo di precipizi. In un’aria frizzante di ossigeno e speranze, molti giovanotti raggiunsero Agerola, a quota poco inferiore a mille metri, poi scesero dall’altro parte, sul versante verso Pimonte, Gragnano e Castellamare di Stabia. Scelsero giornate di tempo buono, perché quando ci sono nuvole scure e basse sulle cime della costa non si vede nemmeno a pochi metri di distanza.
Altri per valicare i monti Lattari scelsero un percorso un po’ più lungo, attraverso la mulattiera che da Ravello portava ad Angri. Pochi scelsero un terzo percorso, ancora più lungo e più pittoresco, che passava per l’abbazia de La Cava, viaggiando in portantine e cavalli. Come spiegò Giustiniani nel 1797, da Cava a Gragnano bisognava farsi portare «su certe sedie, le cui stanghe i naturali del luogo fermano sulle spalle, e dal già fatto avvezzamento, poco sentendo il peso di un uomo, fra lo spazio di ore tre fanno il loro viaggio, non senza rischio della vita di coloro, che trasportano, e della loro medesima fino a Gragnano» [4.8]. Poi si poteva riprendere un calesse e raggiungere Napoli. Non esistevano all’epoca altri percorsi via terra, perché la strada carrozzabile da Positano a Sorrento fu inaugurata solo a fine Ottocento.
L’arrivo a Napoli, aveva un annuncio acustico traumatico. Raccontò Pilati di Tassello nel 1776: «Quando si è circa una lega da Napoli si ha la sensazione di avvicinarsi alla città più rumorosa del creato. Sulle prime vi arriva alle orecchie un brusìo lontano e confuso: quindi si fa distinguibile a poco a poco il grido dei mulattieri, dei contadini, le strida dei bambini, il rumore delle carrozze, dei barroccini, delle lettighe, la voce penetrante delle donne, i discorsi vivaci e animati degli uomini che vanno in città o ne ritornano in gruppo. Questo rumore aumenta man mano che si va avanti; e quando siete a non più di mezza lega dalla città, sentite contemporaneamente lo schiamazzo dell’esterno e il frastuono dell’interno. Vi potreste immaginare che quel giorno il popolo più vivace della terra stia celebrando una festività particolare: è invece storia di tutti i giorni della settimana, dall’alba fino alla mezzanotte. Nulla di simile è dato vedere nelle più grandi e popolose città d’Europa, in occasione delle loro maggiori solennità. Voi avete visto a Parigi, gli ultimi giorni della settimana santa, il passeggio a Longchamps: ebbene il frastuono delle carrozze, della gente a piedi e a cavallo udito in quella occasione è silenzio se paragonato a quanto succede qui tutti i giorni».
Altri giovanotti ancora, certamente i più numerosi, lasciarono Praiano in barca, viaggiarono per Napoli via mare, passarono davanti Positano, doppiarono Punta Campanella, lasciandosi l’isola di Capri a nord-ovest, cioè sulla mano sinistra, costeggiarono la penisola sorrentina, sulla destra. L’arrivo a Napoli dal mare ha sempre emozionato uomini e donne nel corso dei secoli. Nel 1790 Gonzaga Rangoni scrisse: «La posizione di questa città è meravigliosa. Costruita ai piedi di una collina perennemente verde, si solleva ad anfiteatro, e forma due semicerchi intorno al mare. Un mare che non è mai agitato; si direbbe che in queste contrade abbia rinunciato ai suoi furori… Lì, feci fermare la mia imbarcazione in mezzo alle onde. Che spettacolo incantevole! Avvolgevo con un solo sguardo tutto il golfo di Napoli. Davanti a me era un vasto specchio d’acqua limpido e trasparente. All’estremità del golfo, isolato, il Vesuvio con i suoi proiettili fiammeggianti di mille colori, che ricadono come una pioggia scintillante; ai suoi piedi amene campagne, e finalmente Napoli, distesa sulla riva del mare. La popolazione, il gran movimento della costa, davano maggiore animazione a questo quadro».
Da Praiano a Napoli si andava per lo più via mare perché ancora all’inizio del Settecento il trasporto marittimo era il più rapido consentendo di percorrere fino a cento-centocinquanta chilometri al giorno se il vento non era troppo contrario, mentre via terra il normale percorso giornaliero non superava una media di trenta-quaranta chilometri. L’arrivo a Napoli dal mare non emozionò i giovani di Praiano, per la semplice ragione che loro il mare, la costa, il sole, la luna ce li avevano nel sangue.
Essere andati ad abitare nelle vicinanze della parrocchia di Tutti i Santi, nella periferia sud-orientale di Napoli, non distanti da quella Porta Capuana che chiudeva a est e costituiva la soglia della città per chi veniva dalla penisola sorrentina e dalla costa amalfitana, fu per i ragazzi Gallo assolutamente coerente con la loro giovane età, con una introversa pudicizia, con il voler avvicinarsi sommessamente al caotico e tanto decantato mondo della metropoli, quasi incerti se entrarvici.
D’altra parte, in quel momento Napoli era una delle più grandi e importanti città europee. Scrisse De Brosses nel 1740: «A mio parere, Napoli è la sola città d’Italia che dia veramente la sensazione di essere una capitale; il movimento, l’affluenza del popolo, il gran numero e il fracasso continuo delle vetture; una corte con tutte le regole, e molto brillante, il tono di vita e lo spettacolo magnifico dei grandi signori: tutto contribuisce a darle quell’aspetto vivo e animato che hanno Parigi e Londra, e che non si trova affatto a Roma».
Francesco Antonio, Crescenzo, Luca e Pietro erano abituati al silenzio della costa amalfitana, al suono del mare e poco più.

About Riccardo Gallo
Riccardo Gallo (Roma, 23 settembre 1943) è un ingegnere, economista e docente italiano. Professore alla Sapienza, ha svolto compiti di risanamento del sistema produttivo italiano in ambiti governativi, finanziari, aziendali, riversando e incrociando le competenze acquisite. È stato definito il bastian contrario sia del management pubblico che del privatismo arrogante, estremista di centro. Ha collaborato con Il Sole 24 Ore. Oggi è opinionista de L’Espresso.
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