cap 3

La parrocchia di Tutti i Santi dista centocinquanta metri da via Forìa, al cui incrocio esiste un’altra più famosa chiesa, quella di S. Antonio Abate. La “Pianta Ed Alzata Della Città Di Napoli” [3.1], incisione su rame opera di Petrini nel 1748, ripubblicata da Pane e Valerio nel 1988, dimostra che in quegli anni del Settecento la Napoli edificata era così delimitata a sud-est: lato mare, dalla cosiddetta Strada Nova (oggi via Nuova Marina); in alto, sotto la collina di Capodimonte e ai piedi de’ Vergini, da via Forìa che si slargava in un’asola bianca non edificata (oggi piazza Cavour); sulla destra, da un terzo lato fatto dalle mura lungo un tratto di via Ponte Novo (oggi via Cesare Rosaroli), che congiungeva via Forìa con Porta Capuana e curvando verso sinistra scendeva giù fino al mare. Il confronto tra la mappa del 1748 e la vista del 2014 [3.2] è suggestivo. L’avvenuta edificazione è drammatica.
Via Forìa già allora non finiva all’incrocio con via Ponte Novo, continuava verso destra, a est-sud, in senso opposto al centro città. Andava a formare il terzo lato di un triangolo rettangolo fuori le mura, di cui gli altri due lati erano lo stesso tratto di via Ponte Novo e la strada Borgo di Sant’Antonio. Al vertice più lontano di questo triangolo, in basso, verso piazza Carlo III a destra, c’era appunto la parrocchia di Santa Maria di Tutti i Santi, realizzata nel Quattrocento grazie alle elemosine del popolo che risiedeva nel borgo extra-moenia, cioè fuori le mura della città, nei pressi di Porta Capuana. Più su, a poche decine di metri c’era, e c’è, la chiesa di S. Antonio Abate.
Il triangolo di territorio così descritto era per lo più formato da campi coltivati, così come lo era la zona intorno alla chiesa de’ Vergini. Dunque, quel borgo extra-moenia all’epoca era una periferia in forte espansione demografica e urbanistica, meno popolare di quartieri come San Giuseppe, Montecalvario e Duchessa, ma pur sempre periferia. Tra l’altro, di sera, ci si imbatteva in una quindicina di meretrici. Nel 1680, come riferisce monsignor Illibato in un suo saggio, la chiesa di S. Antonio Abate su una popolazione di duemila donne aveva censito 17 prostitute. Due anni prima, nel 1737 re Carlo di Borbone emise un editto per regolamentare la prostituzione a Napoli e per frenare gli «eccessi di libertinaggio a cui son gionte le meretrici di questa Fedelissima Metropoli».
Il cambiamento sociale e urbanistico del Borgo di S. Antonio negli anni a cavallo di quel 1739 fu intenso. Come spiega Capaccio a pag. 811 dei suoi Dialoghi, scritti nel 1634, il Borgo era stato appannaggio di ceti molto elevati «copioso di habitatori, di palazzi, horti, giardini, habitato da curiali, gentil’homini, e da molte persone di qualità» [3.3.13.3.2].
Per alcuni secoli, integrati con l’altra chiesa, quella di S. Antonio Abate, erano esistiti un convento dell’Ordine degli Antoniani, cui si accedeva da un portale a sesto acuto che era posto sul lato destro della facciata della chiesa, e uno spitale gestito dagli stessi monaci. L’ospedale era specializzato in dermatologia e curava in particolare gli ustionati gravi e gli infermi del morbo detto “fuoco sacro” e non a caso anche “fuoco di S. Antonio”. I monaci impiegavano un unguento medicamentoso da loro estratto dal grasso di maiale. Tra i napoletani, sempre inclini a inventare business fantasiosi, misti di superstizione, generosità e religiosità, si diffuse l’usanza di allevare maiali per donarli al monastero e acquisire meriti agli occhi dei monaci.
L’Ordine degli Antoniani fu bandito agli inizi del Quattrocento dagli Aragonesi, ché lo reputavano troppo legato alla protezione di ambienti francesi. Malgrado ciò, la circolazione di maiali nel borgo durò fino al 1665, sotto il papato di Clemente XII, quando nella processione di S. Gennaro un maialino si intrufolò tra le gambe del vescovo il quale, infuriato, dichiarò illegale l’allevamento cittadino di maiali. L’Ordine degli Antoniani dopo essere stato bandito fu definitivamente soppresso.
La storia ha lo stesso limite del cinema e della televisione: non trasmette gli odori. Più che le amicizie francesi dei frati antoniani, a essere insopportabile era il tanfo di maiale, più forte di ogni altro cattivo odore della città. E poi l’abolizione dei maiali nel borgo rispose a un’altra ragione fondamentale: pochi anni prima a Napoli e nelle altre terre d’Italia c’era stata una terribile peste e regole di igiene minima imponevano di eliminare dalle strade della città capi di bestiame randagi. E nel Borgo di S. Antonio c’erano maiali anche randagi.
Partiti i frati, l’abbazia divenne “commenda”, i fedeli cioè dovevano versare un contributo a un “commendatario” ecclesiastico e dovevano anche mantenere l’ospedale. Il quale fu abolito nel corso del Settecento e distrutto materialmente nel 1780, insieme a un lato della chiesa di S. Antonio Abate, e fu creato lo slargo oggi antistante. Quella domenica di luglio del 1739, andando a casa di Crescenzo per officiare il battesimo, don Francesco Mezzacapo passò davanti la bella facciata gotica di quella chiesa e si fece un frettoloso segno della croce. Solo trent’anni dopo, nel 1769, la facciata gotica fu coperta da quella attuale.
Quando l’8 marzo 2010 arrivai in taxi  a via Forìa e di qui alle due chiese, il tassista che mi portava era naturalmente privo di navigatore ma, cosa che mi sorprese molto e negativamente, non conosceva le strade di quel quartiere di Napoli e dovette quindi fermarsi più volte lungo via Forìa, abbassare il finestrino di destra e chiedere indicazioni a gente del posto. E la gente non capiva, non sapeva, non ricordava le chiese, le confondeva, e dava risposte sbagliate. Per me fu un segno dell’imbarbarimento sociale e culturale di Napoli. Girovagammo prima di arrivare a destinazione. Nel frattempo io, seduto sul sedile posteriore del taxi, recitavo la storia di quei luoghi nei secoli passati con dovizia di aneddoti e particolari: lo spitale, i maiali, la commenda. Il tassista, apparentemente compenetrato e mortificato, con disinvoltura e sfacciataggine criticava con me l’ignoranza di quelli che gli davano indicazioni sbagliate. Con la coda dell’occhio controllava la mia reazione, sperando di riuscire almeno lui a fare una buona figura.

About Riccardo Gallo
Riccardo Gallo (Roma, 23 settembre 1943) è un ingegnere, economista e docente italiano. Professore alla Sapienza, ha svolto compiti di risanamento del sistema produttivo italiano in ambiti governativi, finanziari, aziendali, riversando e incrociando le competenze acquisite. È stato definito il bastian contrario sia del management pubblico che del privatismo arrogante, estremista di centro. Ha collaborato con Il Sole 24 Ore. Oggi è opinionista de L’Espresso.
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